Il passaggio del Giro d’Italia in un territorio dà lo spunto per riflessioni su temi diversi, da quelli sportivi a quelli sociali, economiche ed ambientali, ma offre anche l’occasione per ricordare un po’ di storia.

Quando nacquero le prime gare ciclistiche? In pratica, con l’invenzione del “cavallo a due ruote”. L’uomo è competitivo per natura, quindi, quale migliore occasione della comparsa di un nuovo mezzo di trasporto per sfidarsi “a chi arriva prima”?
In realtà, il ciclismo fu il primo sport di massa, data la diffusione del mezzo. Già a metà  ‘800 si svolgevano gare, rigorosamente su pista, date le disastrose condizioni delle strade.

La prima competizione di cui si hanno prove documentali risale al 31 maggio 1868: si correva su un percorso di 1200 meri, nel parco imperiale di Saint-Cloud a Parigi. Vinse James Moore, inglese ma residente in Francia, non a caso amico di Ernest Michaux, l’inventore dei pedali montati sull’asse della ruota anteriore. Impiegò 3’50”, precedendo di 20 metri due corridori francesi, Drouet e Polocini.

La prima corsa su strada, secondo gli storici, fu la Parigi-Rouen, corsa il 7 novembre 1869, organizzata da una rivista specializzata, “Le Vélocipède illustré”, per promuovere l’uso della bici. Era aperta ai concorrenti dotati di «tutti i tipi di velocipedi, tutti i congegni meccanici mossi dalla forza dell’uomo, sia dal suo peso che dall’azione dei piedi e delle mani: monocicli, biciclette, tricicli, quadricicli o policicli». Si iscrissero in 202, ma alla partenza –alle 7.30 di mattina- erano in 120, tra cui quattro donne. Scorrendo la lista, tra i quali si trovano anche inglesi, spagnoli e tedeschi, non compare alcun nome italiano. Sui 123 km del percorso c’erano tre punti di controllo (Mantes, Bonniéres, Vaudreuil). Anche questa gara la vinse James Moore, in rimonta (era solo 6° al primo controllo, 3° al secondo e già in testa al terzo) aggiudicandosi i mille franchi in palio: arrivò alle 18.10, impiegando 10h 40’, alla discreta media di 11,53 km/h, con un tempo piovoso e strade coperte di fango. Secondo fu il francese André Castera, staccato di 15 minuti, a cui andò in premio un velocipede a doppia sospensione. Il trionfatore inforcava un velocipede equipaggiato con le più avanzate innovazioni tecniche, fabbricato da Jules-Pierre Suriray il quale, nelle settimane seguenti, pubblicizzò i suoi prodotti vincenti -primo nella storia- negli annunci pubblicati sempre su “Le Vélocipède Illustré”. L’unica donna giunta al traguardo entro 24 ore dal primo (era il limite fissato dagli organizzatori) si era iscritta col nome fittizio di “Miss America” e terminò l’impresa alle 6.20 del mattino dopo.

A questa storica gara risalgono già le prime accuse di scorrettezze e trucchi, ma pare che fossero state messe in giro da testate giornalistiche invidiose del successo ottenuto da “Le Vélocipède Illustré”.

La Parigi-Rouen era l’antenata delle “classiche”,  competizioni su strada massacranti, per durata e lunghezza ma anche per le pessime condizioni dei percorsi, che si sarebbero moltiplicate nell’ultimo decennio del secolo. Le prime corse a tappe, invece, arriveranno solo all’inizio del ‘900, quando era ormai in uso da diversi anni la camera d’aria inventata da Dunlop che preservava i corridori dagli scossoni e dalle cadute provocate dalle micidiali superfici sconnesse delle strade dell’epoca.

La prima gara su strada in Italia fu la Firenze-Pistoia del 2 febbraio 1870. Solo 19 dei 23 iscritti, provenienti anche dal Belgio, dalla Francia e persino dagli Stati Uniti, affrontarono il percorso di 33 km: vinse l’americano di origini olandesi Rynier Van Nest (anche se passò alla storia come Rynner Van Heste) percorso in 2h 12’ (ad una media di 15 km/h), anticipando rispettivamente di 3’ e 4’ i francesi Auguste Charels e Alexandre De Sariette. Van Nest correva su un biciclo con ruota anteriore da 75 cm di diametro e ruota posteriore da 50 cm ed aveva, allora, appena 17 anni!

La prima grande “classica” italiana del ciclismo fu la Milano-Torino del 25 maggio 1876. Otto “audaci” in sella a velocipedi partirono alle 4 del mattino, per affrontare 150 km e tagliare il traguardo di Corso Giulio Cesare a Torino davanti a 10mila spettatori entusiasti. Arrivarono solo in quattro: il primo fu Paolo Magretti, milanese, 21enne, che poi sarebbe divenuto apprezzato entomologo ed esploratore. Impiegò 10h 09′ (14,77 km/h).

Cominciarono anche a sorgere le prime federazioni sportive dedicate al nuovo sport: il 16 febbraio 1878 nasceva in Inghilterra la “Bicycle Union”; il 6 febbraio 1881, a Parigi, fu fondata l’“Union vélocipédique de France” e il 26 agosto 1884, a Torino, 12 società dello Stivale costituiscono l’“Unione Velocipedistica Italiana”.

L’esistenza del biciclo, intanto, volgeva al tramonto: le prime biciclette erano apparse intorno al 1885 e, in pochi anni, determinarono la scomparsa del loro antenato.

Da allora, l’evoluzione sportiva del ciclismo accelerò i tempi. Nel 1890 si disputò la prima, massacrante, Parigi-Brest-Parigi (1260 km da correre senza interruzione, giorno e notte); nel 1896 nacque la prima classica francese, la Parigi-Roubaix; quello stesso anno, il ciclismo entrò a far parte degli sport olimpici; nel 1921, in Danimarca, si disputò il primo campionato mondiale.

Ma le date storiche che forse stanno più a cuore agli appassionati di ciclismo sono il 1903, che segnò la nascita del “Tour de France” e il 1909, quando prese vita il “Giro d’Italia”.

Ma queste sono altre storie e ne parleremo nei prossimi giorni.