Il ciclismo onora la parità di genere? Domanda lecita, per il rispetto che tributiamo ai diritti delle persone e delle donne in particolare. Non trovava spazio, invece, se non nelle menti di pochi illuminati, nell’epoca pionieristica del ciclismo, quando ancora le donne lottavano per ottenere ben altre parità.

Sin dai primi giorni, la donna seppe conquistare un proprio peso in una disciplina sportiva in crescita che, nell’aspetto quotidiano legato al trasporto, risentiva invece della diffusa mentalità maschilista.

Se la prima competizione velocipedistica registrata dalla stampa dell’epoca risale al 31 maggio 1868 (nel parco imperiale di Saint-Cloud a Parigi) e non risultano donne partecipanti, non passò molto tempo per poter assistere alla prima competizione a due ruote tutta al femminile.

Si svolse l’1 novembre 1868, di domenica al parco Bordelais di Bordeaux. Conosciamo i particolari dal resoconto inviato da una delle partecipanti, Amélie Sainte-Marie Pricot, a “Le Monde Illustré” che lo pubblicò nel numero del 21 novembre.

La gara di velocità prevedeva tre premi (alla prima un orologio in oro, alla seconda una medaglia d’oro; alla terza medaglia d’argento) e c’erano quattro iscritte, tutte giovani. La cronaca è, forse, di parte, ma dice così: «Il comportamento delle velocipediste non lasciava affatto a desiderare. Tre di loro erano vestite in modo civettuolo, alla moda, la quarta con un corpetto e una sottoveste rossi, la testa ornata da un berretto con una nappa d’oro che cadeva sulle spalle». Proprio l’abbigliamento suscitò scalpore: due erano vestite da paggi, forse con costumi d’opera, una terza da moschettiere; insomma, ragazze in abiti da uomo. Quasi uno scandalo. La quarta concorrente accende la fantasia degli spettatori, con un completo rosso e una gonna che dava grande impiccio nella pedalata. Se l’intento era attirare l’attenzione, l’obiettivo viene centrato in pieno: tremila curiosi accorsero nello spazio verde ad assistere alla gara e a tifare per quelle misteriose concorrenti. Erano attrici? Artiste del circo? Cantanti? Non sappiamo, perché solo di Amelié conosciamo il cognome, che pure appartiene ad una famiglia notabile. All’epoca, e ancora per diversi decenni, il ciclismo -meglio, il velocipedismo- era considerata attività sconveniente per le donne, quindi conveniva non rendersi immediatamente riconoscibili. E, forse per questo, molte gare sembrano corse proprio da figuranti, magari del mondo circense, che meglio trovavano l’equilibrio sul nuovo mezzo a due ruote.

Ma seguiamo ancora la scarna cronaca. «Al segnale di via, partirono tutte con agilità, ma M.lle Louise prese quasi subito un vantaggio, che mantenne a lungo. A cinquanta metri dal traguardo la raggiunse Miss Julie, che poi corse in tandem con lei e vinse, con uno sforzo sovrumano, la gara di… mezza pedalata. Terza, M.lle Louisa; quarta, M.lle Amélie».

Abbiamo persino un’immagine, basata su uno schizzo dell’arrivo disegnato dalla stessa Amélie. “Le Monde Illustré” la fece rappresentare così com’era dal proprio illustratore, Godefroy Durand: le ragazze avevano le gambe scoperte fino a metà coscia! Altro scandalo! Ma la Francia, si sa, è sempre stata la patria della licenziosità, dunque, niente censure! Ci penseranno, un mese dopo, quei “bigotti” degli Americani che, per parlare della nuova moda del velocipedismo nella loro terra, sul numero del 19 dicembre 1868 del settimanale illustrato “Harper’s weekly”, copiano l’immagine senza citarne la fonte e, in più, coprono le gambe delle cicliste. Altri tempi.

È l’inizio di una nuova era, fatta di periodiche gare, in giro per la Francia, con concorrenti-attrici che, alla fine, centravano anche risultati sportivi notevoli.

Anche alla prima corsa su strada storicamente documentata, la Parigi-Rouen del 7 novembre 1869, le donne c’erano: su 120 partecipanti, si erano iscritte in sette -sempre con pseudonimi (Miss America, Céleste S., M.lle A. D., M.me E., M.lle Olga, Nicole M., Fatma)- ma poi presero il via solo in quattro. L’unica a portare a termine l’impresa fu “Miss America”, che tagliò il traguardo di Rouen in 22h e 50’, classificandosi 29esima sui 33 corridori che ultimarono la fatica, con un distacco di oltre 12 ore dal vincitore James Moore. La velocipedista ricevette un premio speciale di 100 franchi, come unica donna ad aver completato l’impresa. Anni dopo, raccontando la corsa in un libro, uno dei concorrenti affermò che “Miss America” altri non era se non la moglie di Rowley Turner, fondatore e proprietario della “R. B. Turner & Co.”, con sedi a Parigi, Londra e New York, uno dei più grandi commercianti di velocipedi dell’epoca.

Nella cronaca pubblicata quattro giorni dopo da “Le Vélocipède Illustré”, la rivista che aveva promosso la gara, così veniva descritto il passaggio della concorrente al primo posto di controllo di Mantes: «Miss America fu accolta con applausi unanimi mentre passava. Questa piccola donna bionda nervosa ha punti di forza straordinari. Arrivò 40esima, con un movimento regolare e calmo, appena più accaldata del normale, e proseguì per la sua strada senza volersi fermare. Uno dei corridori che arrivò dopo di lei fu rimproverato per essersi fatto lasciare indietro da una signora: “E quindi? – ha detto – È lì che sta il divertimento. Mi è sempre piaciuto seguire le donne!”». Insomma, le donne erano ancora oggetto di luoghi comuni e bersaglio di qualche battuta sessista, ma erano più forti dei pregiudizi e rimasero in sella.

Una certa frenata del movimento ciclistico femminile, fu causata dalla guerra franco-prussiana (luglio 1870-maggio 1871) che spostò la moda del velocipede decisamente verso il mondo anglosassone: prima le case di produzione fiorirono in Inghilterra e poi anche negli Stati Uniti, dove le donne, “ça va sans dire”, trovano grandi ostacoli nella pratica del nuovo sport rispetto all’Europa.

In più, in ogni Paese, ci sono le larghe gonne e le sottovesti inamidate ad ostacolare le aspiranti cicliste. Gli stilisti cominciano a studiare le prime tenute adatte alle donne in bici ma la vera rivoluzione cade sul finire dell’800, quando scoppia la moda dei “bloomers”, i pantaloni da donna ispirati a quelli vestiti dal gentil sesso in Turchia, che rendevano più facile la pedalata: li aveva promossi con forza una delle storiche femministe americane, Amelia Jenks Bloomer, da cui il nome. L’innovazione intendeva rendere più comode alle donne le attività quotidiane ma fu subito adottata dalle cicliste. Gli uomini non approvano: “quegli indumenti sono mascolini, rovinano la figura femminile. E poi spingerebbero le donne a stare più tempo fuori casa e quindi, potenzialmente a peccare!” Ancora pregiudizi, persino alimentati da medici che paventano una presunta -falsa- pericolosità del ciclismo per la fertilità femminile. Ma le donne, per fortuna, sono più forti dei preconcetti e il progresso non si ferma.

Già, nel 1894, Annie Cohen Kopchowsky, ebrea lettone che viveva negli Stati Uniti, fu la prima donna a completare il giro del mondo in bicicletta, da Boston alla Cina, passando per Parigi, Gerusalemme e Singapore.

Nei primi decenni del nuovo secolo, poi, fecero la loro comparsa le prime campionesse, prima meno note, poi sempre più popolari e non più per quei centimetri di pelle scoperti, ma proprio per le imprese sportive, con ottimi risultati, spesso ottenuti in gare con avversari solo maschi. È il caso di Alfonsina Strada, che nel 1924 si iscrisse anche al Giro d’Italia. Ma è un’altra storia e la racconteremo nei prossimi giorni.

Ai nostri giorni, constatiamo con piacere che il ciclismo in rosa ha superato molti ostacoli, fino al primo Campionato del Mondo al femminile del 1958, al primo Tour de France del 1984 e al primo Giro d’Italia del 1988.

Certo, restano le pesanti disparità nei compensi tra i ciclisti e le cicliste professionisti: i primi sono pagati fino a dieci volte di più, come ha denunciato nell’ottobre scorso il campione di Formula 1 Valtteri Bottas – forse anche perché fidanzato con la ciclista australiana  Tiffany Cromwell.

Ma questo sport è ormai capace di abbattere in tutto il globo i confini e le discriminazioni più assurde: nel dicembre scorso, in Afghanistan, 45 cicliste hanno corso la prima gara tutta al femminile in un Paese dove la tradizione islamica più oltranzista proibisce alle donne l’uso della bici.

Un altro passo anzi, un’altra pedalata, verso la piena affermazione del diritto alle pari opportunità delle donne.